Dopo il bombardamento da parte degli alleati delle Fonti di Recoaro, dove aveva sede il comando nazista in Italia, la situazione per i tedeschi precipitò.
Il 22 aprile arrivarono in fretta a Recoaro il generale Karl Wolff, capo delle SS in Italia, e Rudolf Rahn, ministro plenipotenziario del Reich.
I due riuscirono a convincere il generale von Vietinghoff, a capo del comando recoarese, ad inviare a Caserta i suoi plenipotenziari per firmare la resa (che sarà poi firmata il giorno 29).
Il 24 aprile, visto l'imminente arrivo degli americani e degli inglesi, Vietinghoff diede l'ordine di lasciare Recoaro e di spostare il comando a Bolzano.
Nella notte tra il 24 ed il 25 aprile cominciò la ritirata lungo Passo Xon e Pian delle Fugazze. Ai soldati in fuga da Recoaro si aggiunsero quelli della Luftwaffe del presidio valdagnese.
I partigiani della valle non si aspettavano una ritirata così celere e attesero il giorno successivo (26 aprile) per entrare in azione.
Il battaglione Romeo comandato da Pietro Benetti (Pompeo) giunse a Recoaro senza incontrare resistenza. Nel pomeriggio iniziò la liberazione di Valdagno ed un distaccamento del battaglione Leo occupò Novale.
Da lì una pattuglia guidata da Luigi Faccin (Negro) arrivò al Maglio e si impadronì dello stabilimento Marzotto.
I partigiani del battaglione Martiri Val dell'Agno guidati da Duilio Ongaro (Jan) e Eugenio Zaccaria (Argonauta) presero posizione in Viale Regina Margherita.
A sorpresa gli uomini della Rsi misero a disposizione armi ed automezzi, altre armi arrivarono dallo scioglimento della brigata nera Turcato. Mentre i “Gamma”, il gruppo speciale nuotatori d'assalto della Decima Mas, guidati da Luigi Ferraro, decisero di collaborare con i partigiani della brigata Stella facendo da mediatori con le truppe tedesche.
La temuta brigata nera Turcato si dissolse di colpo. Tutto questo avvenne perché un brigatista, Narciso Grandis, entrò in contatto col partigiano della Garibaldi Oreste Baruffato ed il fratello di questi, Aristide. A capo delle camicie nere vi era Emilio Tomasi, che chiedeva garanzie d'incolumità per l'intera brigata.
Baruffato, dato che a Valdagno non era presente nessun comando partigiano, si recò a Monteviale dove operava un distaccamento garibaldino guidato da un operaio della Marzotto, Mariano Oliviero detto Rondine. Da questi ottenne un documento firmato che garantiva l'incolumità alla brigata.
Tomasi, dopo una riunione a casa di Olinto Randon, ex commissario prefettizio di Recoaro, sciolse la brigata.
Una parte delle armi della brigata nera passò ai partigiani del battaglione Martiri val dell'Agno e parte fu distribuita anche ai civili.
Sempre il 26 aprile un'importante colonna tedesca si bloccò tra i due stabilimenti della Marzotto, dove erano arrivati i partigiani del battaglione Leo guidati da Mario Luigi Zordan (Malga). I tedeschi chiesero un confronto e Malga, grazie anche alla mediazione di Ferraro, riuscì a convincere la colonna tedesca a far marcia indietro e proseguire per Priabona.
Fu l'unico reparto ad arretrare perché da lì in poi i tedeschi cominciarono ad arrivare da tutte le parti.
Sopratutto si concentrarono in viale Regina Margherita, dove iniziarono gli scontri coi partigiani.
Destino volle che la prima vittima della liberazione fosse Gianni Peretto, di soli otto anni, ucciso davanti a casa da un proiettile che lo raggiunse al petto. Erano le sei di sera del 26 aprile.
In località Campagna, poco dopo, ci fu uno scontro tra il battaglione Martiri e un'unità tedesca. Morì Giovanni Lora, il primo combattente a cadere.
Quella sera stessa morì anche Vittorio Lucchesi, insegnante di meccanica. Era uscito per portare qualcosa da bere al suo allievo e partigiano Vittorino Urbani, appostato al Maglio di Sotto. Lucchesi fu colto di sorpresa da un gruppo di tedeschi giunti all'improvviso e perì dopo che una pallottola lo raggiunse al cuore.
Nella notte tra il 26 e il 27 giunsero ulteriori unità tedesche in ripiegamento. Alle due un primo gruppo passò sparando all'impazzata lungo viale Trento.
Di primo mattino una seconda colonna tedesca imboccò viale Regina Margherita e giunti all'incrocio con via Dalmazia investì un piccolo gruppo di partigiani che stava posizionando delle mitragliatrici. Cadde Francesco Dani, mentre Ugo Zordan rimase gravemente ferito e troverà la morte due mesi dopo.
La colonna continuò ad avanzare ed incrociò ai Marchesini un'ambulanza che trasportava Rita Sartori, ferita a S. Quirico da raffiche sparate da un altro gruppo tedesco. Con lei c'erano il padre, Giovanni, un vicino Millo Beltrame e due partigiani della Stella, Rino e Danilo Torrente.
I tedeschi non fecero prigionieri ma uccisero sul posto tutti e quattro gli uomini con un colpo alla testa.
Morirono in quel giorno terribile anche gli operai Antonio Ferrari e Francesco Bicego, il mugnaio Francesco Dal Lago, il manovale Vittorio Liotto ed il diciottenne Francesco Novello, raggiunto al collo da una raffica tedesca davanti alla sua casa di via Dalmazia.
In località Serraglio cadde anche Marco Zordan, minatore, colpito a morte da un gruppo di tedeschi in ritirata.
Visti i continui scontri con numerosi morti e feriti, da una parte i partigiani decisero di far passare i gruppi tedeschi più numerosi, mentre i nazisti decisero di farsi precedere da ostaggi civili per riuscire a passare indenni le linee partigiane.
A Valdagno, mentre ancora ci si scontrava, il Cln annunciò con un comunicato la fine del fascismo e l'inizio di una nuova stagione democratica.
Ma la guerra non era finita. Ad Altissimo, alle prime ore del 28 aprile, un gruppo di tedeschi entrò in casa di Marino Meneguzzo e lo prese in ostaggio. Lo uccisero poi a Valli del Pasubio.
Sempre ad Altissimo, trecento tedeschi presero in ostaggio nove donne e sette uomini in moda da avere un lasciapassare. Tra gli ostaggi c'erano il parroco, don Luigi Bevilacqua, il cappellano, don Vittorio Cailotto, ed il segretario comunale Eugenio Candiago.
Al Maglio di Sopra i 16 prigionieri saranno poi scambiati 5 giovani valdagnesi. La colonna tedesca, sotto una pioggia incessante, si diresse verso Recoaro.
Fu l'ultima colonna tedesca ad attraversare Valdagno, era la sera del 28 aprile. Intanto a Vicenza entravano le truppe alleate.
Il giorno successivo, il 29 aprile, era una domenica e a Valdagno si festeggiò. I componenti del Cln nominarono sindaco Francesco Zanotelli e la giunta comunale.
Così arrivò l'ultimo giorno di aprile.
La neonata giunta comunale stabilì che dovevano essere inviati aiuti per la ricostruzione delle case e per i beni di prima necessità, sopratutto in quelle zone particolarmente colpite dalle rappresaglie nazifasciste (Piana, Bernardi e Castelvecchio).
Inoltre la Marzotto riprese il lavoro, in attesa di riparare i danni subiti dalla guerra.
Nel mentre giunsero in città gli americani, a cui i partigiani consegnarono i quasi 2000 prigionieri tedeschi detenuti nel lanificio Marzotto.
In Piazza del Comune, una folla gioiosa accoglieva gli americani e l'ufficiale pose nella canna della mitragliera della sua jeep i fiori che gli vennero offerti.
Alle 18, la stessa ora in cui erano stati uccisi i 7 martiri pochi mesi prima, furono fucilati tre componenti della brigata nera Turcato: Emilio Tomasi, Luigi Andrighetto e Italo Caovilla. Inizialmente dovevano essere dieci, ma gli altri furono risparmiati. I tre furono giustiziati nel campo sportivo di fronte ad un centinaio di valdagnesi dopo aver ricevuto assistenza spirituale da don Francesco Regretti, che era stato vittima di un'aggressione fascista vent'anni prima.
Era il 30 aprile 1945.