Riporta da un post di Rinaldo Battaglia la figura di Guido Leto
L'UOMO DELL'IMMONDIZIA D'ITALIA, FASCISTA E POST-FASCISTA.
Il 5 novembre nasceva a Palermo, nell’anno del Signore 1895, Guido Leto. Probabilmente quel nome ai più, oggi, non dirà nulla. Eppure, eppure ha avuto la sua importanza e la sua ‘storia professionale’ fu alquanto legata a quella del nostro Paese, così confusa, offuscata, sempre a metà tra il bianco ed il nero, dove non ci capisce mai dove finisce la legge e dove inizia l’oscurità. Chi furono i vinti e chi i vincitori.
E peraltro dove la mia terra vicentina risulta in parte coinvolta.
Si deve sapere che Guido Leto, appena laureatosi in Giurisprudenza e appena finita la Grande Guerra, già nel 1919, entrò nella polizia e poco dopo, direttamente, al Ministero dell'Interno. E fu da lì che visse la ‘marcia su Roma’. E fu da lì che si fece notare dagli uomini del nuovo ‘potere’, in particolare dopo l’entrata delle leggi fascistissime di fine 1925, quando Mussolini prese possesso di tutto e trasformò lo Stato in regime e i suoi funzionari in strumenti di quel regime.
Il funzionario di polizia Guido Leto era colto, conosceva più lingue molto bene, operava con professionalità e discrezione. E soprattutto non faceva molte domande e sapeva ‘tacere’ su quel che vedeva e sentiva.
Il capo della polizia Francesco Crispo Moncada lo volle subito al suo fianco e quando, pochi mesi dopo, il 7 aprile 1926 una giovane irlandese, Violet Gibson a Roma attentò alla vita al Duce, fu scelto come persona giusta per indagare – anche a Dublino – su chi questa donna fosse e se alle spalle avesse avuto qualche ‘mandante’.
Niente di particolare, ma Guido Leto si fece notare nell’occasione per le sue capacità investigative e quando confermò la tesi iniziale, che la Gibson fosse solo una ‘squilibrata’, il cerchio magico del Duce tirò un respiro di sollievo.
Ritornò in auge solo pochi mesi dopo, perché l’11 settembre 1926 avvenne un altro attentato contro Mussolini, quello, sempre a Roma, di Gino Lucetti. Il Duce si salvò ma quell'attentato costò il posto a Francesco Crispo Moncada, subito sostituito dall’allora prefetto di Genova Arturo Bocchini, che diverrà presto l’anima nascosta di Mussolini, e del regime, fino alla sua morte nel dicembre 1940.
Bocchini trasformerà il regime, trasformerà la polizia, creerà l’OVRA (Organizzazione Vigilanza Repressione Antifascista) il cui ‘modus operandi’ sarà poi copiato, clonato ed imitato da Himmler. In Germania la chiameranno invece ’Gestapo’.
Bocchini volle Guido Leto ancora e sempre più al suo fianco. Lo sarà nella creazione ‘dell'Ufficio speciale movimento sovversivo’ contro chiunque fosse solo sospettato di essere ‘contro’. Lo sarà nella lotta contro i dirigenti di 'Giustizia e Libertà', accusati senza prove di essere i mandati di un attentato al Re (Milano 12 aprile 1928) e che sarà per contro sfruttato dal regime per fare ‘pulizia’ contro qualsiasi oppositore del regime.
Poi, per Leto fu una crescita di carriera continua e costante. Fino ad arrivare nell’ottobre 1938 – al tempo delle leggi razziali - alla guida della ‘Divisione di Polizia Politica’ del Ministero dell'Interno su nomina precisa di Bocchini e, in preparazione della guerra, di individuare e raccogliere informazioni precise su chi in Italia era allora contro la guerra e quindi contro il regime.
Guido Leto creò così un archivio di primaria importanza, con dati, schedature, informazioni, prove più o meno accertate su chi si sospettava fosse per la guerra (ossia fascista) e soprattutto chi no. E non solo.
Poi tutti questi dossier ovviamente venivano usati al momento opportuno, per ricattare, selezionare o eliminare chi serviva. Il suo potere, fino all’8 settembre ’43, divenne di certo nascosto ed invisibile ma immenso, perché vennero schedati tutti, volenti e nolenti, fascisti e antifascisti, civili e militari. Tutti.
Con la nascita della RSI di Salò, Guido Leto ovviamente seguì il Duce, talvolta amato dagli altri uomini del regime, talvolta temuto per i suoi archivi che potevano deciderne la vita o la morte, la carriera o la disgrazia totale. Mussolini lo volle infatti, immediatamente, quale unico capo della polizia politica.
A Roma operò con forza e con decisione, ma dopo esser riuscito a salvarsi da un attentato (forse da parte dei GAP romani), decise di spostare la sua sede di lavoro (e di deposito archivi) a nord, in zona più tranquilla e sicura. E scelse la mia terra, precisamente Valdagno, nei locali delle opere sociali del lanificio di proprietà del conte Gaetano Marzotto.
Qui portò, nello scantinato dell’azienda tessile, quasi tutto se non tutto l'archivio dell'OVRA, con tutti i nomi e i documenti che scottavano. E Guido Leto ne divenne il custode, l'unico custode. E malgrado le azioni partigiane – molto presenti in zona - e malgrado la violenza criminale dei nazisti e dei fascisti (X Mas, M Tagliamento) con una infinità di massacri e stragi (operazione Timpano e operazione Piave in primis) Guido Leto operò tranquillo, proteggendo i suoi archivi. E protetto dai suoi archivi.
Qualcuno quantificò quei documenti in oltre 40 tonnellate. Ma più che il peso a far tremare erano le prove di cosa avevano commesso e quanto fossero collusi col fascismo e col nazismo certi personaggi italiani, più o meno allora noti. E parliamo di appoggio alle stragi, ai fascisti, alle azioni razziali contro gli ebrei. In un eventuale processo sarebbero state prove decisive e schiaccianti contro chiunque. Altro che la pulizia purificatrice dell’amnistia Togliatti del giugno 1946!
E il pensiero deve essere arrivato ai vincitori e ai vinti con la liberazione di Valdagno del 29 aprile 1945. Perché Guido Leto da buon custode non si staccò mai da quei documenti. Mai. Non pensò di scappare come fecero fior fiore di fascisti e non solo verso la Svizzera o il Sud America. Non ci pensò perché la sua salvezza era nascosta dentro quelle 40 tonnellate di documenti che scottavano. Aveva in mano tutti e tutti potevano essere ricattati, giudicati, condannati. Grazie ai suoi documenti.
I partigiani che avevano liberato Valdagno non lo toccarono, forse - si disse - perché i partigiani della Brigata Stella o della Garemi non sapevano l’importanza dell’archivio presso la Marzotto. Eppure, lì c’erano i nomi di antifascisti, ma anche documenti e foto segnaletiche delle spie e di chi aveva ‘venduto’ ai fascisti e ai nazisti giovani partigiani o semplici renitenti. Chi aveva guidato gli uomini di Hitler e del Duce nelle case e nei borghi a massacrare in zona, soprattutto tra giugno e settembre ’44. Volendo lì c’era tutto.
Ma arrivarono gli Americani, sicuramente meglio informati, che vollero che quel custode restasse operativo, vivo e presente. Guido Leto venne così ufficialmente nominato ‘quale conservatore e responsabile del suddetto archivio’. E appena sistemate un po’ di cose venne trasportato – custode ed archivio – a Roma, nelle cantine del Viminale. Altrettanto sicure, ma meno agli occhi dei partigiani o degli italiani.
Scriverà in più libri Giuseppe De Lutiis, il grande storico specializzatosi nei temi dei servizi segreti italiani e del terrorismo in Italia, che “una volta giunto a Roma, l'archivio venne letteralmente saccheggiato per non far figurare nell'elenco dei confidenti i nomi di alcuni personaggi che erano riusciti a rifarsi una verginità democratica” (dal suo "I servizi segreti in Italia: dal fascismo alla seconda Repubblica", Editori riuniti, 1998, p. 55).
Ripeto: l’archivio ”venne letteralmente saccheggiato per non far figurare nell'elenco dei confidenti i nomi di alcuni personaggi che erano riusciti a rifarsi una verginità democratica”.
E da quei nomi, probabilmente, molti faranno carriera e diventeranno uomini di Gladio, della P 2, logge massoniche più o meno nascoste e/o al servizio degli USA, servizi deviati, gruppi collegati alle stragi neofasciste o degli anni di piombo.
Bologna 2 agosto 1980 vi dice nulla?
Ma proseguo.
Lo storico Guido Melis, più di recente (IRPA newsletter, 24 dicembre 2022) scriverà ancora dell’altro, sostenendo che ”Leto, tornato a Roma nel 1945, fu arrestato e ristretto in carcere a Regina Coeli; sottoposto alla commissione di epurazione, avrebbe ricordato l'esperienza narrando “il fallimento dell’epurazione nel settore della polizia”.
Per chi non lo sapesse Guido Melis, (deputato democratico dal 2008 al 2013) è professore emerito della Sapienza ed ha insegnato dal 1986 Storia dell'amministrazione pubblica all'Università di Sassari, dal 1991 a Siena e dal 1996 al 1999 alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione. Un luminare nel suo campo.
Si documenta infatti che “durante la detenzione a Regina Coeli, il 27 settembre 1945 Leto fu prelevato e portato nell'abitazione sulla via Appia di Mario Spallone, medico carcerario e amico di Togliatti. Ivi fu lungamente interrogato da Palmiro Togliatti, per poi essere ricondotto in cella. Analogo trattamento ebbe due giorni dopo. Prelevato dalla cella dal vicecommissario Marcello Guida (ex direttore della colonia penale di Ventotene e poi questore di Milano al tempo della Strage di Piazza Fontana), venne condotto nell'abitazione di Pietro Nenni, del PSI, presso la quale rimase circa un'ora e mezza” (da Simonetta Fiori, "Così Togliatti chiese aiuto all'Ovra", La Repubblica, 4 giugno 1999).
Alla fine, e ben prima dell’amnistia Togliatti, il 12 aprile 1946, Guido Leto “venne assolto in Corte d'appello relativamente alle imputazioni ascrittegli” (da "Intorno agli archivi e alle istituzioni. Scritti di Claudio Pavone", a cura di Isabella Zanni Rosiello, Ministero Beni Att. Culturali del 31 dicembre 2004, p. 468).
Ma non è finita.
Perché ‘sbiancato’ dagli archivi quel che bisognava sbiancare nell’interesse del nuovo padrone (USA) e della nuova politica italiana, anche in ottica di ‘guerra fredda’, Guido Leto venne già nel 1948 richiamato e reintegrato in servizio. Con un compito ben preciso: “riattivare i servizi segreti italiani, che non erano mai stati realmente smantellati alla fine della guerra”.
Curioso è sapere chi lo richiamò, reintegrò e lo promosse a quell’incarico così importante in quegli anni. Fu un certo Federico Umberto D'Amato.
Ma chi era Federico Umberto D'Amato?
D’Amato a 24 anni (era classe 1919) dopo l’8 settembre ’43 operò a Roma come vicecommissario di Pubblica sicurezza e soprattutto quale anche agente alleato, lavorando alle dipendenze di James Angleton, capo del servizio segreto USA, l'OSS (Office of Strategic Services) e nel biennio 1943-1945 compì operazioni di controspionaggio.
Poi dopo la guerra, fu promosso sovrintendente alla Segreteria speciale Patto Atlantico, ossia l'anello di congiunzione dell'Italia con la NATO e gli Stati Uniti. Poi nel 1959 eccolo all'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno, poi promosso capo della 'sesta sezione' nel 1964 che aveva lo scopo di inventare ed effettuare campagne di “disinformazione contro il Partito Comunista Italiano, cercando di far ricadere la responsabilità su esponenti interni al partito stesso. Una strategia teorizzata nel documento ‘La nostra azione politica’, sequestrato nel 1974 nella sede dell’Aginter Press a Lisbona. Ebbe la collaborazione del direttore del periodico Il Borghese, Mario Tedeschi e del movimento neofascista Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie” (da Atti parlamentari, su leg13.camera.it. p. 7.).
Promosso questore, divenne vicedirettore degli Affari riservati nel 1969 (al tempo della Strage di Piazza Fontana) e ne fu direttore dal novembre 1971 al 1974. Gli anni, dal 1969 al 1974, furono gli anni della "strategia della tensione e degli opposti estremismi". Venne rimosso nel maggio 1974 dal ministro dell'interno Paolo Emilio Taviani, due giorni dopo la Strage di Piazza della Loggia, ma, ancora promosso dirigente generale di Polizia e fu inviato a dirigere la Polizia di frontiera. Continuò sempre ad avere grande influenza sull'ufficio fino alla sua chiusura nel 1978 e nel 1981 risultò iscritto alla P2 di Licio Gelli, con la tessera 1643.
L'11 febbraio 2020 la procura generale di Bologna, nella chiusura delle indagini, lo ha indicato come uno dei 4 mandanti, organizzatori o finanziatori della strage alla stazione di Bologna del 1980 insieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi, accusa poi confermata dalla Corte d'Assise d'Appello di Bologna l'8 luglio 2024. Eppure, eppure era stato insignito di una medaglia della CIA (la Bronze Star), una del Congresso degli Stati Uniti (la Medal of Freedom) e una della Legion d'Onore francese. Da noi invece solo e soltanto, il 3 gennaio 1981, la nomina a Grand'Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana.
Sicuramente nel 1945 la presenza di Federico Umberto D'Amato fu vitale per il destino del nostro Guido Leto e del suo ruolo di custode degli archivi che scottavano. E se dopo il 1945 ebbe una seconda vita per qualche motivo deve averla pure avuta, seminando e aprendo strade che poi altri percorreranno in Italia.
Lo racconterà bene in un libro di memorie, pubblicato però postumo nel 1974, "Zibaldone di polizia", dove in alcune righe spiega quella realtà. Peraltro, un capitolo porta proprio quel titolo eloquente: “Il fallimento dell’epurazione nel settore della polizia”.
Qui descriveva così il trasferimento al Nord dei documenti e il suo perchè: “bisognava incorporarsi agli archivi diventandone custode”.
“È d’uopo riportarsi (…) alla pochissimo nota cronaca del trasferimento degli uffici alla Direzione generale della Polizia, dopo l’armistizio, da Roma al «nord». Chi ha una vaga conoscenza della mole e della complessità degli archivi di un ministero potrà considerare le grandissime difficoltà che si dovettero affrontare e superare. Gli archivi della Polizia, per quanto annualmente alleggeriti degli atti che andavano al macero (pochissimi) e di quelli che erano affidati alla custodia dell’archivio di Stato (pure pochissimi), risalivano alla costituzione del Regno d’Italia ed erano integri dal 1914: trent’anni di carteggi che racchiudevano, sotto certi aspetti e non dei meno saporiti, la storia d’Italia! Il periodo 1922-1944 era, naturalmente, il più ricco. (…).
In quei momenti tragici, checché ne dicano gli eroi della sesta giornata, era assolutamente impossibile impedire il trasferimento degli uffici [al Nord]; bisognava, invece, avere pazienza e giocare d’astuzia verso tutti per preservare questo inestimabile patrimonio allo Stato. Era semplice abbandonare l’ufficio per qualche ospitale rifugio, ma qualcuno doveva tentare l’impresa: bisognava incorporarsi agli archivi diventandone custode. Furono, dunque, approntate parecchie migliaia di casse costruite con un ingegnoso sistema che ne consentiva la trasformazione in caselle d’archivio con la semplice asportazione del coperchio; l’immenso materiale fu razionalmente suddiviso per materia, divisione e sezione, e per ordine alfabetico-sillabico, e si procedette al condizionamento dei fascicoli ed alla spedizione con colonne di autotreni.
Per dare l’esatta idea della grandiosità del lavoro, bisogna aggiungere che anche tutto il materiale della scuola di polizia scientifica, del casellario centrale d’identificazione (centinaia di migliaia di cartellini segnaletici che richiedevano (…) la più scrupolosa cura nell’imballaggio, perché sarebbe stato quasi impossibile correggere in futuro lo spostamento di uno di essi) e del bollettino delle ricerche prese la via del nord. In breve, negli uffici del Viminale rimasero soltanto i tavoli spogli ed i telefoni ". (da Guido Leto, Zibaldone di polizia, Roma, Edizioni Mediterranee, 1974, pp. 249-250).
Guido Leto andò in pensione nel maggio 1951 (75 anni in questi giorni) quand’era Direttore tecnico delle scuole di polizia. Ma la mia Valdagno non poteva lasciarlo stare. E forse per stima, forse per il fatto che durante la sua presenza nello scantinato della Marzotto non vi furono atti violenti nell’azienda, forse perché era stato bravo ed efficiente dopo il suo pensionamento dalla polizia, il conte Marzotto, lo nominò direttore della sua catena di alberghi Jolly Hotels, fino alla morte – peraltro avvenuta a soli 61 anni – nel 1956.
E così finì la vita di Guido Leto, l’uomo dell'immondizia dell'Italia - fascista e post fascista - il professionista dei segreti sporchi e dell’archivio che scottava, la cui ‘storia professionale’ risultò veramente molto legata a quella del nostro Paese. Storia così confusa, offuscata, sempre a metà tra il bianco ed il nero, dove non ci capisce mai dove finisce la legge e dove inizia l’oscurità, dove sia il confine tra la sovranità nazionale e la dipendenza da altri paesi. E soprattutto dove per le stragi di Stato mai si individuino con certezza il nome dei colpevoli e dei mandanti
Per le vittime no. Quello è più facile.
15 maggio 2026 – 130 anni dopo - Rinaldo Battaglia
Liberamente tratto dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Terza Parte” - Amazon – 2025
sotto: il suo libro di memorie e nella foto Guido Leto (a destra)
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